CAMMINIAMO INSIEME

PARROCCHIA IN CAMMINO ( Riflessioni e proposte di Annalisa Dalcò )

Credo di non sbagliare dicendo che tutti siamo preoccupati del momento difficile che stiamo attraversando a causa di infinite crisi: crisi culturale, spirituale, sociale, economica, geopolitica … e se ne potrebbero aggiungere tante altre.

Nella storia, sia civile che ecclesiale, le crisi hanno determinato, più che spesso, vere e proprie catastrofi che, comunque, in molti casi, si sono dimostrate sorgenti di rinascita: un mondo che spaventa può o potrebbe far risvegliare la fede e, siccome la Chiesa non è pessimista, perché assistita dallo Spirito Santo, si impegna a coltivare la speranza in tutti noi.

È il Signore che agisce nella storia e, come diceva il cardinal Martini: “Tocca a noi riconoscere i suoi passi e andargli dietro. Dobbiamo essere sciolti e non aver paura, dobbiamo essere disponibili a operare in situazioni che noi non possiamo prevedere”.

A questo punto, potrebbe nascere in noi qualche domanda. Una di queste potrebbe essere: “mah chi sono io per accogliere e affrontare questo percorso?”

Noi, all’interno della Chiesa, siamo i laici, i fedeli. Per comprendere chi realmente siamo dobbiamo rifarci al catechismo della Chiesa Cattolica, ai documenti conciliari, agli interventi dei pontefici del secolo passato, ma soprattutto alla sacra scrittura.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica scrive: “Gesù Cristo è colui che il Padre ha unto con lo Spirito Santo e ha costituito «Sacerdote, Profeta e Re». L’intero popolo di Dio partecipa a queste tre funzioni di Cristo e porta le responsabilità di missione e di servizio che ne derivano”.

Il Battesimo dunque, ci ha inseriti nel Corpo di Cristo che è la Chiesa e, nella Chiesa, tra i fratelli, siamo chiamati ad esercitare questi doni che il Padre ci ha dato, siamo diventati partecipi della vita di Cristo e della sua missione, siamo diventati cristiani, ossia «unti» di Spirito Santo, incorporati a Cristo, che è Sacerdote, Profeta e Re. A confermare il nostro sacerdozio c’è anche la Sacra Scrittura che, attraverso la prima lettera di Pietro ci comunica questo bel messaggio: “Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi, quali pietre vive, siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio mediante Gesù Cristo… ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclami le opere ammirevoli di lui”. (1Pt 2,4-9)

Gesù è profeta. E noi? Essere profeti in Cristo significa essere impegnati ad annunciare il Vangelo con la parola e con le opere e soprattutto con la testimonianza di una vita coerente con la fede e anche attraverso la testimonianza delle parole. Nella Costituzione Lumen Gentium si legge: “Cristo adempie la sua funzione profetica… non solo per mezzo della gerarchia, ma anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni.

É quello che proclamiamo e ci impegniamo a fare ogni volta che dopo la consacrazione cantiamo o diciamo: “annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta”.

Siamo anche re e regine: partecipiamo alla missione regale di Cristo nel significato che gli ha dato Gesù Cristo. Gesù è Re perché si è fatto servo, perché ha donato la vita: regnare è servire così come ci dice Marco nel suo vangelo: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”.  Noi, dunque, siamo re e regine se ci facciamo servi di tutti, se accogliamo, amiamo, soccorriamo, consoliamo.

Ce lo ricorda ancora la Lumen Gentium servendosi della Lettera ai Romani:

“Il Signore desidera dilatare il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici, il regno cioè della verità e della vita, il regno della santità e della grazia, il regno della giustizia, dell’amore e della pace; e in questo regno anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio (cfr. Rom 8,21).

La nostra carta di identità è pronta! Io però aggiungere un altro attributo: “Indispensabile”. Ora, tocca a noi riconoscerci tali o se cambiare identità.

Passo la parola a papa Francesco.

“L’apostolato dei laici è anzitutto testimonianza! Testimonianza della propria esperienza, della propria storia, testimonianza della preghiera, testimonianza del servizio a chi è nel bisogno, testimonianza della vicinanza ai poveri, vicinanza alle persone sole, testimonianza dell’accoglienza, soprattutto da parte delle famiglie. E così ci si forma alla missione: andando verso gli altri. Questo orizzonte ci dà la giusta chiave di lettura per il tema della corresponsabilità dei laici nella Chiesa. In effetti, l’esigenza di valorizzare i laici non dipende da qualche novità teologica, e neppure da esigenze funzionali per la diminuzione dei sacerdoti; tanto meno nasce da rivendicazioni di categoria, per concedere una “rivincita” a chi è stato messo da parte in passato. Si basa piuttosto su una corretta visione della Chiesa: la Chiesa come Popolo di Dio, di cui i laici fanno parte a pieno titolo insieme ai ministri ordinati. I ministri ordinati non sono dunque i padroni, sono i servitori: i pastori, non i padroni. È vero che i laici sono chiamati a vivere principalmente la loro missione nelle realtà secolari in cui sono immersi ogni giorno, ma ciò non esclude che abbiano anche le capacità, i carismi e le competenze per contribuire alla vita della Chiesa: nell’animazione liturgica, nella catechesi, e nella formazione, nelle strutture di governo, nell’amministrazione dei beni, nella programmazione e attuazione dei programmi pastorali, e così via. Carissimi, con questi pochi cenni ho voluto indicare un ideale, un’ispirazione che può aiutarci nel cammino. Vorrei che tutti noi avessimo nel cuore e nella mente questa bella visione della Chiesa: una Chiesa protesa alla missione e dove si unificano le forze e si cammina insieme per evangelizzare; una Chiesa in cui ciò che ci lega è il nostro essere cristiani battezzati, il nostro appartenere a Gesù; una Chiesa dove fra laici e pastori si vive una vera fratellanza, lavorando fianco a fianco ogni giorno, in ogni ambito della pastorale, perché tutti sono battezzati.”

Il Papa ci sta dando indicazioni che possono servire, anzi, servono, alla nostra Parrocchia come a tutte le altre parrocchie inserite nella Chiesa Cattolica.

Nell’Enciclica Evangelii Gaudium è molto chiara quella che è l’identità della parrocchia. La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie».  La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione.  È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare.

A noi spetta il compito di unire le realtà finora presentate: Parrocchia-laici. Perché questo avvenga abbiamo bisogno di discernimento, un “occasione preziosa” perché nelle nostre comunità possa crescere un senso concreto di corresponsabilità che andrà a favore della crescita del regno di Dio nella storia e restituirà a noi laici quella coscienza missionaria che nasce dal nostro percorso di iniziazione cristiana e che ci rende a pieno titolo soggetti del popolo di Dio.

Una nota che dovremmo tenere sempre presente è l’Eucaristia. L’Eucaristia è il centro della vita cristiana. Il riconoscerci celebranti durante la liturgia domenicale potrebbe darci un’ulteriore spinta a metterci in gioco. Il cammino della nostra comunità arriva e parte dall’Eucaristia. Sederci alla stessa tavola, nutrirci dello stesso cibo aiuterebbe a restaurare e ritrovare le forze perdute e darebbe maggiore forza alla carità.

Una breve spiegazione dello poster appeso alla colonna a sinistra dell’altare.

Partiamo dall’alto, con lo slogan o motto che è emerso durante la riunione di alcuni volontari della nostra Parrocchia.

Parrocchia, ti amo e ti do una mano. Esprime un’appartenenza ben radicata all’interno della nostra comunità e soprattutto il desiderio di attivarsi in un processo di crescita e di rinnovamento della stessa.

Nella parte centrale: le mani sorreggono i bisogni della Parrocchia. E sono tanti: catechismo, cultura, turismo, liturgia, oratorio, manutenzione, ambiente, musica, educazione, comunicazione, pace, anziani, ammalati, ministeri, missione, famiglia, amministrazione.

Nella parte inferiore: l’invito, attraverso la preghiera e il discernimento a camminare insieme verso le prossime elezioni del Consiglio Pastorale.

Come detto prima, come ci è stato ricordato dalla Sacra Scrittura, dai documenti della Chiesa e dal Papa, ognuno di noi, in un percorso di introspezione e di confronto con Dio nella preghiera, potrebbe mettere in luce le proprie competenze per poi deporle, in uno fra i tanti problemi che la parrocchia deve affrontare. Il che significa mettersi a disposizione della comunità.

Competenze si può tradurre con carismi. E noi ben conosciamo le parole di San Paolo Apostolo:

“Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.  A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”