Riflessioni sul martirio

LA DIFFERENZA CRISTIANA

Riflessioni sparse sul tema davvero cruciale ed emblematico del martirio, caso limite, ma tutt’altro impossibile nella vita del cristiano…

 

  • Questi nostri tempi sono tornati ad essere prepotentemente tempi di martirio e di martiri come e più dei primi secoli dell’era cristiana.
  • In tanti, troppi, Paesi del mondo infatti si mettono in atto contesti prevaricanti di odio e di diffusa persecuzione contro i cristiani, di fronte ai quali già la scelta di rimanere in un luogo, di resistere, di perseverare costituisce un vero e proprio presupposto di martirio.
  • Oggi, nel mondo dunque vi sono comunità sorelle che possono essere chiamate “martiri”, dal momento che per loro la stessa personale professione di fede è rischiosa e viene ostacolata, se non proibita.
  • Il martire è costretto a questa impossibile alternativa: o continuare a vivere abiurando però la sua fede nel Signore e rinunciando così a decisivi principi morali oppure subire la morte per non tradire tutto questo.
  • Il martire di per sé avrebbe sempre una via di fuga reale, ma immorale che però, proprio per questo, respinge e rifiuta decisamente di percorrere.
  • In realtà dunque non si diventa martiri per sola costrizione o per sola violenza, ma sempre, ultimamente, per un atto di adesione libero e personale.
  • Il martire non ha per nulla l’attitudine del suicida: muore non per il disprezzo della vita, ma al contrario, in nome del sublime concetto che egli ha di essa e nel suo totale rispetto. Muore per esaltare la vita.
  • Il martire è colui che attesta che là dove non ci sono motivi per cui vale la pena morire, ben prima non c’erano motivi per cui valesse la pena vivere…
  • Il martirio comprova il ruolo decisivo che può raggiungere la fede e l’ossequio della coscienza nella vita di una persona.
  • Martirio significa testimonianza; testimonianza estrema ed insuperabile, in quanto non c’è nulla di ulteriore rispetto all’esempio dato da una vita offerta in dono.
  • La santità cristiana che, da sempre, ha il suo vertice proprio nel martirio non consiste tanto nello “stingere i denti” (nello sforzo cioè di un volontarismo velleitario) quanto piuttosto nello “stringersi a Gesù”, in una sequela a lui amica e fiduciosa che dà forza.
  • Il martire, con Gesù e come Gesù modello di ogni martirio, invoca per i suoi persecutori il perdono e la conversione; il fanatico kamikaze, solo impropriamente martire, fa invece della sua morte un’arma per sopprimere, nell’odio, i suoi nemici ed un atto di fanatico e compiaciuto esibizionismo.
  • Il martirio non lo si può improvvisare. Può essere accolto solo se previamente considerato, messo in conto, preparato e comunque sempre invocato come una grazia. Al contrario, solo la fuga vigliacca, la conservazione istintiva di sé, l’egoismo e la ricerca del piacere non hanno bisogno di alcuna preparazione, perché riescono benissimo sempre e subito a tutti.
  • Il martirio è decisiva scommessa di fede sull’esistenza ultraterrena come promessa di compimento e di pienezza della vita stessa, ma soprattutto è confidenza radicale nell’esistenza di un Dio che è vindice e garante della sensatezza del bene e del suo premio finale.

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