Omelia festa patronale S. Croce 2018

FESTA PATRONALE DI SANTA CROCE

omelia a cura di don Paolo Berciga

 

La parrocchia non è l’unica forma di Chiesa, anzi è la più piccola; è però quella che, proprio per questo, più di ogni altra, sa di ordinarietà; quella che meglio può favorire l’accesso di tutti al vangelo; tutti, non solo i militanti convinti, i cristiani impegnati o quelli particolarmente ferventi, no, tutti, senza previe selezioni.

La parrocchia, radicata infatti tra le case degli uomini, conosce e condivide le gioie, i dolori, le fatiche, le speranze, le fragilità e i condizionamenti della sua gente, e da lì intercetta e sostiene soprattutto il profondo bisogno di senso che alberga comunque nel cuore di ciascuno. 

La parrocchia è e sarà ancora preziosa nella misura in cui saprà farsi attenta ad ogni situazione e a tutti indicare il sostegno concreto di una proposta di fede accessibile, che non astrae, che non giudica dall’alto, che tiene conto della complessità in cui l’uomo d’oggi vive.

La parrocchia, pur avendo, come tutta quanta la Chiesa, un respiro universale, si distingue per il suo peculiare riferimento ad un preciso territorio; per il suo “abitare”, per il suo “abbracciare” cordialmente uno specifico ambiente o, meglio, la particolare porzione d’umanità che ivi risiede e che, per ciò stesso, si trova ad avere in comune, oltre che le significative relazioni di prossimità, la reciproca responsabilità che ne consegue. Per la capillare suddivisione in parrocchie che è tipica della Chiesa, ogni uomo, da una parte all’altra della terra, idealmente, ma anche realmente, si trova ad avere un suo riferimento privilegiato, per non dire la sua appartenenza, in una precisa parrocchia.

Alla propria parrocchia così, con pieno diritto, ciascuno può ricorrere, come a casa. E lì ciascuno è poi chiamato ad entrare in comunione con il Signore assieme a quanti si trova accanto, così come sono: il luminare o l’illetterato, il bambino o l’anziano; il ricco o il povero, chi è ideologicamente orientato in un modo e chi in un altro …

Tanto che questa appunto diventa la grande fatica, ma anche la grande scommessa della comunità parrocchiale: volere e sapere tenere insieme, in nome di un motivo di comunione superiore, le differenze che sono di ciascuno e, per tutti, poter significativamente spezzare il pane comune, basilare, ma universalmente buono: il sostanzioso pane del vangelo.    

Quando a me parroco, e capita a volte, qualcuno da fuori, mosso da qualche curiosità o interesse, chiede che cosa facciamo di iniziative particolari in questo periodo e quali prevediamo a breve in parrocchia, io non posso che rispondere, un po’ con imbarazzo, per la delusione che inevitabilmente so di suscitare nel mio interlocutore, ma, al tempo stesso, senza particolare scrupolo: “No, noi ora non stiamo facendo nulla di particolare o di nuovo, semplicemente ci aiutiamo a vivere, con più speranza, la nostra vita ordinaria…!”

Che soddisfazione intima perciò quando, ancora di recente, mi sono sentito dire da qualche parrocchiano: “Grazie, perché è stato bello come ci siamo aiutati a vivere insieme quest’anno la Pasqua!” Ben sapendo che era sottinteso che non si riferiva, non solo o non tanto, a me o al mio povero contributo, ma a quello di tutti; alla qualità della partecipazione corale della comunità, considerata nella sua indispensabile e commovente preziosità.

Già, la fedeltà quotidiana, fatta di volti cari sempre ritrovati o di atti metodici e ripetuti, più che di gesti eclatanti o straordinari, pur essendo apparentemente poco gratificante è, per ogni parrocchia, io credo, ma del resto, prima ancora, per ogni famiglia e per ogni persona seria, la prima delle risorse e il principale dovere, il suo bene primario.

La celebrazione domenicale e festiva, secondo i ritmi sapienti ed i contenuti essenziali dell’anno liturgico, è certamente, a questo proposito, l’appuntamento più importante per ogni parrocchia.

Lì, insieme si ha la fortuna di rivivere, sempre nuova, la Pasqua di Gesù, di ascoltare la sua Parola, di rilanciare e di ricevere quella grazia di comunione che ci fa accogliere reciprocamente come fratelli e che ci rende misteriosamente, misericordiosamente, attraverso l’Eucarestia, suo Corpo.

Per questo diventa ancor più triste e impoverente il constatare l’assenza periodica o addirittura sistematica di tanti; la difficoltà, qui da noi particolarmente diffusa, a comprendere e a valorizzare l’importanza e l’utilità del riferimento parrocchiale per la propria vita personale e familiare di cristiani.

Così comunque è ancor più giusto e decisivo il ringraziarci per l’edificazione reciproca, per le belle fedeltà di tanti e per gli impegni di partecipazione e di indispensabile collaborazione corale che rendono possibile e arricchiscono il nostro pur umile commino comunitario.

Ben più forte e convergente, ce lo dobbiamo dire deve diventare però e, da parte di tutti, la particolarissima preoccupazione e la responsabile attenzione nei confronti dei nostri giovani che sono lontani, certo, dai nostri appuntamenti, ma, prima ancora drammaticamente, forse e purtroppo, dalla gioia di poter confidare su di un rapporto vivo con Gesù e sull’adesione convinta al suo vangelo.

Dalla bellezza di incontrarsi, di salutarsi, di poter cantare, pregare e riflettere insieme nei vari appuntamenti comunitari, tutti dobbiamo imparare, ancor più, a riconoscerci fratelli poi dappertutto, anche nella vita fuori, quella di tutti i giorni, per farci insieme responsabili   testimoni presso quelli che frequentiamo, perché la nostra stessa fortuna di aver incontrato il vangelo nella famiglia della Chiesa, tocchi anche a loro, a tutti!

Fontanellato, 3 maggio 2018

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