Omelia di Natale a Priorato

Priorato ama il presepe… E’ bello allora dircelo qui, oggi; è bello ricordarcelo proprio noi: il presepe che amiamo è, in tutte le sue espressioni, da quelle più semplici ed ingenue sino a quelle artisticamente più elaborate o riuscite, un tentativo, sempre lodevole, di fissare in una scena plastica e visiva, la pagina evangelica, quanto mai suggestiva ed inesauribile, della Natività, per favorirne una migliore comprensione e, quasi, la contemplazione: da qui il suo significato e la sua importanza… Davanti al presepe, ad ogni presepe, non si è mai solo spettatori, si diventa direttamente partecipi del mistero. Davanti al presepe, meglio, dentro al presepe, perché quella è la giusta collocazione prospettica, c’è posto per tutti, c’è posto anche per me e per te. In fin dei conti è lui, Gesù, ad essere venuto da noi, là dove noi eravamo e siamo e non ha preteso né rivendicato che noi ci scomodassimo per lui (nei nostri alberghi, ricordate​, non c’è posto…) piuttosto si è ritagliato lui uno spazio marginale, quello scartato dagli altri, senza disturbare; purché il più vicino possibile a noi. Nel presepe ruota e pulsa l’umanità, la più varia e colorita. Da sempre esso sopporta ingenui salti di tempo e di spazio; le dissonanze più ardite, i più improbabili accostamenti. Per questo, se c’è qualcosa che ti piace, che ti sta a cuore, collocalo pure nel tuo presepe; no, non temere di essere irriverente, esso infatti è un microcosmo, uno spaccato di mondo: Gesù che si è venuto a radicare nel cuore concretissimo dell’umanità. Un’umanità per lo più affaccendata e distratta. Hai notato, anche nel tuo presepe, che molti, pur essendo lì, nemmeno si accorgono di lui, di Gesù, tanto che la vita, la loro vita, sembra scorrere come se niente fosse? C’è infatti chi vende, chi tesse, chi pesca ed anche, allora come ora, ci sarà chi, purtroppo, imbroglia, ruba e fa la guerra – non a caso il castello di Erode incombe sempre minaccioso sulla scena della natività – già, è proprio vero, non basta la mera vicinanza fisica per potersi dire partecipi del mistero, occorre la vicinanza dell’animo, la docilità e la sintonia del cuore. Se guardi attentamente, ti accorgerai però che, per fortuna, ci sono anche tanti convenuti lì apposta per lui, lieti ed adoranti come chi, davanti al sorriso disarmato e disarmante di un bimbo – perché di questo, in fondo, si tratta – sembra aver trovato un tesoro, il tesoro… Erano gli unici svegli ed operosi in quella notte fonda, quei poveri pastori, ad esempio, e perciò, proprio loro, hanno potuto udire la voce celeste oppure coltivavano da tempo grandi ideali scrutando con passione i segni del cielo, come quei mangi venuti apposta da tanto, tanto, lontano. Strano, proprio i più distanti nel credito della gente, per osservanza della vera religione, per razza o per provenienza, tante volte, sono proprio loro i più vicini! Qual è dunque la lezione del Natale e, possiamo aggiungere, la lezione del presepio? Che se anche l’uomo, superficiale ed ostinato com’è, spesso crede di poter fare a meno di Dio, Dio invece, con una fedeltà inaudita, si ostina a non voler fare a meno di noi e poi ancora che questo stesso mistero dell’Incarnazione​ offre, dell’uomo e dell’umanità, la visione più dignitosa e più alta che ci possa essere e che si possa immaginare. Se Infatti ti chiedi:” Uomo chi sei?”- il Natale ti risponderà:” Lo sappia o no, lo voglia o no, anche tu e per sempre, nel Figlio che ha assunto il tuo stesso volto, la tua stessa vita, sei figlio, sì, figlio di Dio e fratello dell’umanità, unica famiglia”. Non è poco, sapete, ed è per questo che ci auguriamo fraternamente un vero, buon Natale!

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